Le Big Tech sotto processo negli Stati Uniti: breve cronaca di un’udienza infuocata

giovedì 30 luglio 2020
Le Big Tech sotto processo negli Stati Uniti: breve cronaca di un’udienza infuocata

Jeff Bezos, Sundar Pichai, Mark Zuckerberg, Tim Cook: c’erano tutti ieri a Capital Hill, sede del Congresso americano. Si conta solo un grande assente, tra i CEO delle big dell’Hi Tech, ovvero Jack Dorsey di Twitter. Le testimonianze dei 4 big sono durate oltre 5 ore e mezza, chiamati a difendere le proprie aziende (Amazon, Google Alphabet, Facebook e Apple) che, insieme, valgono circa 5mila miliardi di dollari l’anno.

In dettaglio i quattro sono stati chiamati a testimoniare da una sotto commissione della magistratura del Congresso che si occupa di Antitrust, riguardo la posizione dominante e eventuali comportamenti non conformi alle regole dell’antitrust nei rispettivi settori. L’inchiesta in realtà è iniziata nel Giugno 2019, ma è la prima volta che tutti e 4 i big sono stati chiamati a testimoniare e rispondere a domande dirette su quanto emerso dagli oltre 1,3 milioni di documenti raccolti dai commissari stessi.

L’accusa è diretta e pesante: “Queste aziende sono ormai troppo potenti e la pandemia ha peggiorato le cose: bisogna fare qualcosa” contro questi “titani, imperatori dell’economia online”, si legge nell’atto di accusa della Commissione Antitrust. Un processo alle Big Tech che, ormai, si è fatto mediatico e molto atteso, anche sulla spinta delle dichiarazioni di molti politici, pur di schieramenti diametralmente opposti: dalla democratica Ocasio Cortez, che da mesi cerca di torchiare sopratutto Zuckerber, a Trump che invece colpisce tutti indistintamente, dichiarando poco prima dell’inizio dell’audizione che “se il Congresso non riesce a portare correttezza e onestà nelle Big Tech, cosa che avrebbe dovuto fare anni fa, lo farò io con dei decreti”.
Le domande poste, che hanno spesso assunto anche la forma di vere e proprie accuse, sono state tutte volte a cercare di ricostruire i modelli di business delle quattro corporation, andando a toccare temi molto spinosi che hanno raccolto solo risposte vaghe o comunque non di merito da parte dei quattro CEO.

Ad esempio le domande rivolte a Bezos si sono concentrate principalmente su un punto: il comportamento predatorio che Amazon terrebbe nei confronti di venditori terzi, quelli cioè che vendono i propri prodotti tramite Amazon. La Commissione ha chiesto a Bezos di rendere conto del trattamento imposto ai partner, poichè le testimonianze raccolte parlano di come Amazon imponga e costringa i terzi a sottostare a qualsiasi regola, dato che nei fatti “è l’unico giocatore in campo”. C’è chi ha apertamente parlato di “bullismo, paranoia e panico” per descrivere il rapporto tra Amazon e terzi. Altra accusa, proveniente dai dipendenti stessi di Amazon, è che Bezos sfrutti i dati dei venditori potenzialmente rivali per favorire la vendita dei propri prodotti.

“Non posso rispondere sì o no. Ciò che posso dirle è che abbiamo una policy che vieta l’uso di dati dei venditori per agevolare gli affari dei nostri marchi privati, ma non posso garantire che questa regola non sia mai stata violata. Il fatto che Amazon produca e venda prodotti in competizione diretta coi venditori non è intrinsecamente un conflitto di interessi” la risposta di Bezos. Oltre a ciò Bezos ha anche spiegato che “Amazon non è grande come sembra: ha solo il 36% del mercato delle vendite online, quindi esistono alternative”.

Contro Apple invece le accuse si sono concentrate sul monopolio costituito dall’App Store, in quando unico store dove sono disponibili app per i dispositivi Apple. L’accusa ha anche chiesto spiegazioni rispetto alla rimozione di alcune app di Parental Control, fatto avvenuto in contemporanea col il lancio della stessa funzionalità ma prodotta direttamente da Apple. In generale, Tim Cook è stato il meno bersagliato dei quattro.

Pichai invece ha subito domande molto aggressive, su tematiche estremamente di rilievo come la chiusura della collaborazione col Pentagono di un progetto osteggiato dai dipendenti di Google, ma sopratutto sul funzionamento del motore di ricerca (dal quale passa il 90% delle ricerche online nel mondo). Lo sfruttamento di posizione dominante di Google nell’ambito delle ricerche online porta la società a fornire servizi guidando gli utenti entro “un giardino murato”, ha dichiarato il presidente della Commissione Antitrust: Pichai si è difeso spiegando che Google ha concorrenti settoriali (ad esempio Amazon per quanto riguarda le ricerche su acquisti online) e che comunque la maggior parte dei risultati non contiene annunci o ads ed è incentrato sulle parole che l’utente inserisce. Pichai ha anche negato che i risultati delle ricerche siano manipolati “manualmente” per favorire alcuni risultati piuttosto che altri.

Il grande nemico del Congresso sembra comunque Zuckerberg, bersagliato di domande e messo duramente sotto torchio. Il Congresso ha accusato Facebook di essere particolarmente aggressiva verso i possibili rivali, spiegando come Zuckerberg sia arrivato a minacciare personalmente Kevin Systrom, uno dei fondatori di Instagram, per “convincerlo” a cedere il social: acquisizione che poi è avvenuta nel 2012. Quando non direttamente acquistabili, ha spiegato un membro della Commissione, Facebook pare ricorrere direttamente alla copia e implementazione delle funzionalità dei social avversari entro la propria piattaforma. Da questo punto di vista alcuni membri del congresso hanno, forse retoricamente, chiesto all’aula come sia possibile che nuovi social possano prosperare se Facebook anticipa costantemente le mosse avversarie o acquisisce direttamente i possibili futuri nemici. “Facebook deve affrontare una forte competizione internazionale, che include piattaforme come TikTok, Twitter e Snapchat, ma anche Apple, Amazon e Alphabet sono allo stesso modo nostri competitor” si è difeso Zuckerberg, spiegando come questo smonti immediatamente l’ipotesi di posizione dominante.

L’udienza non aveva finalità decisionali, ma solo istruttorie ma, come ha esplicitamente dichiarato davide Cicilline, presidente della sottocommissione Antitrust: “Questa udienza mi ha chiarito un fatto: queste società così come sono oggi hanno il potere di monopolio. Alcuni devono essere spezzettate, tutti devono essere adeguatamente regolati e ritenuti responsabili “.

Il dibattito negli USA sulle Big Tech non si esaurisce comunque sulla questione della predominanza di mercato: sopratutto sulle aziende che gestiscono social si fa sempre più pressante la necessità di un quadro normativo che impedisca alle corporation di farsi censori e di decidere in maniera arbitraria i limiti del diritto di espressione.

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